ARTE SACRA CUNEESE: IL BAROCCO

Tra il Sei e Settecento, anche in Piemonte, un vento nuovo trasforma la concezione di architettura e arte. L’equilibrio e la simmetria rinascimentali lasciano man mano sempre più spazio al dinamismo e alla ricchezza del barocco da una parte e al sapiente uso di luci ed ombre dell’espressione caravaggesca dall’altra. Il paesaggio urbano cuneese, in questo periodo, subisce un radicale cambiamento grazie al sapiente lavoro di artisti locali e torinesi.

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Giovanni Antonio Molineri

Giovanni Claret

Francesco Gallo

Nel 1616, concluso un lungo soggiorno a Roma, il pittore saviglianese Giovanni Antonio Molineri torna nella sua città portando con sé il realismo caravaggesco, una nuova tecnica pittorica capace di rappresentare i soggetti con estrema drammaticità. Il Cuneese anticipa i tempi e introduce questa nuova maniera all'interno degli ancora incerti confini territoriali del ducato sabaudo. Morto il Molineri nel 1631, tocca al suo allievo fiammingo, Giovanni Claret, proseguire gli stilemi del caravaggismo. Alcune delle opere più significative, di entrambi i maestri, sono esposte nella magnifica chiesa di Santa Maria della Pieve, a Savigliano.

Intanto nella seconda metà del Seicento, in tutto il Piemonte si afferma un nuovo credo artistico: il barocco. Da Torino giungono uomini - Vitozzi, Guarini, Juvarra, Vittone, Quarini - e suggestioni artistiche. Agli architetti provenienti dalla capitale sabauda si uniscono quelli di formazione locale: Ercole Negri di Sanfront, Giovenale Boetto, Sebastiano Taricco e Francesco Gallo.

È proprio il Gallo a lasciare un'impronta determinante in tutta l'edilizia religiosa e civile della provincia. L'idea di pensare a una spazialità degli edifici dinamica, scenografica e iperdecorata si diffonde in maniera uniforme: antiche chiese cambiano volto, imperversano stucchi e decorazioni, giochi prospettici e cromatismi, spazi illusori e fastosi, che caratterizzano i nuovi edifici e modificano quelli già esistenti. Su tutte le opere, colpisce l’ardita costruzione della cupola del Santuario di Vicoforte, all’epoca un vero e proprio azzardo ingegneristico. 

Attraverso una sintesi di tutte le arti viene creata una complessa macchina scenografica volta a meravigliare e stupire l’osservatore, soprattutto in ambito religioso, dove si trasmette al fedele l’onnipotenza e lo splendore divino. Questo rinnovamento stilistico globale del Settecento, superata la sua fase matura, tenderà a concedere meno spazio all'inventiva e ad accostarsi al linguaggio del classicismo, con forme più rigorose e lineari.

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